La (mia) coerenza nel non essere vegana.

Questo post sarà lungo (oggettivamente) e complesso (soprattutto per me).

Gennaio = Veganuary. Non ne sapevo nulla fino all'anno scorso quando qualcuno lo aveva nominato su Instagram ma senza troppo seguito. Quest'anno invece se hai un account IG non puoi non conoscerlo, è sulla bocca di tutti, anche su quella degli influencer da milioni di followers che purtroppo non ne fanno una pubblicità corretta e coerente.

Ho scoperto mille possibili sostituzioni per rendere un dolce vegano, ho visto ricette a base di soia disidratata (di cui chiaramente non conoscevo né l'esistenza né le fattezze) pari pari alla carne, anche nel gusto assicura chi le ha provate. La curiosità di provare una di queste ricette mi è venuta, ma se già fatico a riprodurre tutte le ricette a base di ingredienti comuni, so già che farò le polpette di soia al sapore di manzo nel 2022, ma le farò!

Precisazione: è lampante e sottinteso che si possa essere vegani senza per forza acquistare soia disidratata, tempeh o tofu, ça va sans dire.

Tornando al veganuary (crasi inglese che sta per gennaio vegano) è una challenge che nasce nel Regno Unito nel 2014 che promuove ed educa al veganesimo, incoraggiando le persone a seguire uno stile di vita vegano per il mese di gennaio. (Wikipedia) In Italia questa sfida è promossa, non so se in esclusiva, dall’associazione animalista Essere Animali attraverso l'iscrizione ad una newsletter quotidiana.

La decisione di scrivere questo articolo nasce dal fatto che recentemente ho letto un articolo sul blog Le citazioni della Fé (che vi invito a leggere qui) in cui, attraverso l'intervista ad una cuoca vegana, si spiega l'importanza di una dieta priva di carne e derivati per il rispetto degli animali. La salvaguardia dell'ambiente e il miglioramento della salute sono due buone conseguenze del veganesimo ma non il principio su cui si fonda. Durante questo mese ho appreso che il punto focale di tale stile di vita sta infatti nell'antispecismo: movimento filosofico, politico e culturale che si oppone allo specismo; con quest'ultimo si intende l'attribuzione di un diverso valore e status morale agli individui unicamente in base alla loro specie di appartenenza. (Wikipedia)

Ho letto dunque l'intervista e durante questo mese vegano ho anche commentato sui social qualche post a tema, l'ho fatto dal basso del mio essere onnivora, facendo necessariamente i conti con questo fatto, conti con me stessa e con gli altri interlocutori.

Perché ho scritto "dal basso"? Perché non posso che convenire con le motivazioni antispeciste su cui un vegano decide di fondare il suo stile di vita. Sono a conoscenza dello sfruttamento degli animali all'interno degli allevamenti intensivi, comprendo chiaramente cosa sia la sofferenza e non mi ritengo una persona insensibile. Ma resto comunque un gradino sotto sulla scala della consapevolezza rispetto ad un vegano. Conoscenza non è consapevolezza. Nell’intervista emerge il tema per cui un non vegano sa ma fa finta di non vedere, è egoista ed abitudinario nel perpetrare le sue scelte onnivore. Credo anche io che sia così, inutile girarci intorno, faccio parte di quella schiera di persone che non ha voglia di rinunciare ai propri cibi preferiti fatti di tradizioni culinarie di famiglia, di ricordi e anche di mero piacere del palato. Questa è l'unica spiegazione reale del mio non essere vegana e del non volerlo attualmente diventare. Non ne vado certamente orgogliosa, poi messa nero su bianco fa ancora più impressione, non ne faccio certamente una campagna di propaganda, ma ho ragionato sul fatto che se non sei antispecista non puoi essere profondamente vegano senza frustrazione.

Certo che potrei impegnarmi e diventarlo, sono adulta e posso fare delle rinunce, potrei pensare all'ambiente (visto che so bene come l'industria della carne sia fonte di inquinamento a livelli altissimi) o potrei pensare alla salute e decidere che da domani sarò vegana. Tutto fattibile e corretto, visto che predico di sostenibilità. Perché allora non lo faccio? Perché le mie motivazioni non bastano, non basta l'ambiente (che comunque per me sarebbe il punto più forte e solido nella faccenda), non basta la salute (se mi bastasse non avrei ripreso a fumare), secondo me bisogna essere antispecisti e io non lo sono. Molti potrebbero dire "bella scusa!" e invece questa è l'unica risposta che un onnivoro "convinto" dovrebbe dare, se fosse onesto con sé stesso e con gli altri. 

Sia chiaro: si può diventare vegani comunque, solo per salute o per salvaguardare l'ambiente o per entrambe le cose, a me però non bastano da stimolo ma è una scelta altrettanto valida, qui voglio esplicitare il peso che ha  per me l'antispecismo in questa faccenda, dal quale io non riesco a prescindere, io.

Allo stesso tempo però non godo certo a veder soffrire gli animali, e per molti chiudo gli occhi anche lì (fisicamente) perché non riesco a vedere un documentario sugli allevamenti intensivi fino alla fine - "eh allora! Inizia a vederlo poi vedi come diventi vegana!" - subisco fortemente il giudizio negativo della mia coscienza e quello altrui e per questo sì che potrei diventare vegana. Egoisticamente per mettere a tacere la mia coscienza e per avere una risposta inoppugnabile di fronte a certe "accuse". Ma secondo me non sarebbe la motivazione corretta, sebbene il risultato finale non cambierebbe con buona pace di tutti.

Ma se quel sentimento di protezione verso ogni animale del creato non ce l'ho il mio essere vegana sarebbe una continua frustrazione, una continua rinuncia. Io penso che con la frustrazione non si faccia bene a sé stessi. Qui si arriva al punto secondo cui “nessuno è perfetto ma dovrebbe fare il meglio che può”, un mantra in cui credo quando parlo di sostenibilità, ma durante le mie svariate conversazioni mi sono resa conto che per molti antispecisti non è sufficiente, e dal canto loro hanno ragione. Non sarebbe sufficiente nemmeno per me, risulterebbe incoerente, ed è così che su questo tema non avere una linea definita oltre alla frustrazione genera conflitto. 

A proposito di coerenza: mi risento quando mi dicono che però amando i cani e i gatti sono incoerente? Certo. Perché non è incoerente, da specista, fare una "classifica". Fa schifo questo concetto? Abbastanza, ma è onesto, e lo scrivo pur sapendo quanto appaia atroce. Non dico infatti che sia politically correct eppure è reale e diffuso ma non lo sento mai dire, perché "poi cosa penseranno di me?".

Io continuo a sentirmi una brava persona, sensibile, profonda, intelligente e aperta. Mi interrogo continuamente su quale sia il modo migliore di agire, eppure sono specista, e l'ho verbalizzato da poco. Non conoscevo nemmeno questo concetto fino a qualche tempo fa.

Tutto questo non vuol dire che resto insensibile allo sfruttamento animale, non vuol dire che non posso battermi per la salvaguardia degli ermellini, non vuol dire che ami la caccia, e tanto altro. Ma risulto incoerente. Non imperfetta, incoerente. E ancor peggio: menefreghista.

Magari hai visto il sondaggio che ho lanciato su IG un paio di giorni fa a proposito della pertinenza di video violenti di maltrattamenti animali al tg della sera. Ammetto che l'ho pubblicato seduta stante mossa dall'emozione, probabilmente a mente fredda avrei evitato, questo post invece è in programma da tempo e sarebbe stato sufficiente ad esprimere il mio parere non richiesto, ma tant'è, aggiungo questo pezzetto alla riflessione.

Ho avuto modo di chiacchierare con molte persone a riguardo e ringrazio profondamente chi ha voglia di avere scambi profondi con me su IG, sono sempre forieri di tante riflessioni per me. Riassumendo i risultati del sondaggio e dei messaggi privati: nella maggioranza dei casi è emersa la tendenza ad evitare quel genere di visioni, pur praticando veganesimo/vegetarianesimo, l’altra parte ha espresso parere favorevole per i motivi di cui sopra e cioè “se ti giri dall’altra parte e non sai, è necessario che ti venga mostrato cosa succede”.

Personalmente sono critica anche sui servizi che mostrano anziani, disabili e bambini maltrattati, condannato a morte e quant'altro, penso che l’informazione si possa fare anche evitando il sensazionalismo delle immagini. Però c’è da dire che in quei casi siamo mossi a pietà e proviamo rabbia perché quelle immagini ci fanno sentire persone migliori, nel caso delle violenze sugli animali dovremmo indignarci a tal punto da attivarci per la loro protezione, un passo in più rispetto al semplice farci pat pat da soli sulla spalla.

Il fattore di cui non si tiene conto secondo me è che un attivista animalista vede quei video come una realtà perpetrata ovunque, non fa (non può fare) distinzione tra allevamento intensivo e altro tipo di allevamento perché il finale risulta identico: l’animale è allevato per morire.

Chi come me è onnivoro invece distingue, molti diranno per comodo, io ripeto per specismo, tra le violenze gratuite per arrivare ad una produzione maggiore e quindi al maggior guadagno e la cura degli animali con passione e amore. Per un antispecista, animalista e vegano predomina comunque lo sfruttamento. Non posso dire che sbaglia conoscendo il suo punto di partenza antispecista.

Mi viene in mente Ideo Gudeta Agitu e la sua azienda agricola biologica La Capra Felice. Se ne è sentito parlare ultimamente perché vittima di un atroce femminicidio, io conoscevo la sua storia attraverso un servizio televisivo di qualche anno fa. Una storia di riscatto e rinascita, di amore per il proprio lavoro e gli animali. Come la mettiamo con questo genere di allevamento? Chiaramente non tutti i capi al mondo sono allevati al pascolo e nutriti ad erbetta fresca, sicuramente sono una minoranza, e infatti sono pienamente concorde nel combattere l’esistenza degli allevamenti intensivi e di quelli che non rispettano le norme (che in Italia sono molto stringenti mi confermano operatori del settore). Chiedo controlli, chiedo penali, chiedo informazione, so benissimo che al mondo per soddisfare la richiesta infinita di prodotti animali non si viva sulle spalle degli allevamenti felici, non sono stupida né negazionista, e senza essere vegana o animalista posso fare la mia parte a favore della causa. Ma -mi dicono dalla regia - non sono coerente.

Cosa mi blocca quindi di questi video atroci? Cosa non mi piace delle newsletter delle associazioni animaliste? Mi blocca l'imposizione (v. servizio tg), mi blocca la certezza di non essere abbastanza schierata, la sensazione fondata di non essere spesso ritenuta credibile perché alla fine anche se faccio scelte locali e il più etiche possibili, anche se incremento il mio consumo di vegetali in sostituzione di carne e derivati resto incoerente. Bene *spoiler* io mi sento coerente nelle mie azioni e scelte, continuo a farmi esami di coscienza, continuerò a stare lontana dagli estremismi su ogni fronte, dalla politica passando per la sostenibilità fino ad arrivare alla mia dieta.

Penso di essere stata sconclusionata, scusami!

Vorrei che fosse chiara l'ammirazione che ho verso chi è antispecista e quindi vegano, vorrei dire quanto io mi senta un gradino sotto per non essere capace di mettere uomo e animale sullo stesso piano o di evitare una graduatoria tra specie animali. Vorrei dire quanto non possa non convenire con tutte le ragioni che mi dà un vegano quando mi parla della sua scelta ma allo stesso tempo, se è possibile (ma so che molti non accetteranno mai un ragionamento come il mio) vorrei dire che anche gli onnivori hanno un cuore e un cervello (non vogli fare del vittimismo anche se potrebbe suonare così all'orecchio di qualcuno), che non tutti riescono a fare scelte nette, che le sfumature tra bianco e nero esistono in ogni campo e che si può ammirare il veganesimo e chi lo pratica con la consapevolezza che al massimo in prima persona si possa raggiungere il vegetarianesimo o scegliere produttori di carne e derivati locali.

È giusto? È sbagliato? È troppo comodo? Ovviamente in base ai princìpi che guidano le nostre scelte ognuno risponderà a modo proprio. Il punto per me fondamentale è che la risposta va data a sé stessi, nessuno può arrogarsi il diritto di giudicare le scelte altrui. Ci tengo particolarmente ad evitare le accuse reciproche, sebbene il tema purtroppo si presti, ma soprattutto i giudizi sull'indole di chi fa una scelta o l'altra. La dieta non definisce la persona.

Esempio a metà fuori tema: sentir dire che un vero zerowaster (che termine poi! Pronto per il curriculum!) non può non essere vegano, con un tono misto di superiorità e biasimo, mi irrita perché è scorretto e ingiusto nei confronti dell’interlocutore. Io tendo a limitare il mio impatto ambientale con tante azioni quotidiane e scelte di vita, se fossi vegana lo diminuirei ancora di più certo, ma essere vegani non dovrebbe ridursi ad un flag sulla to do list dello zerowaster perfetto, non per me.

 

Grazie per essere arrivatɜ fino a qui!

Commenti

  1. Complimenti Orietta per il tuo modo di esprimere in parole quello che senti , io vivo sulla mia pelle quello che tu dici, perché non pubblico foto di piatti con carne? Eppure la mangio anche se solo una o due volte a settimana. Mi sento in difetto, sento che potrei eliminarla ma non ci riesco, cerco di scegliere carne "felice" ma è difficile pensare siano stati felici di essere uccisi per essere mangiati da noi.
    Grazie per la riflessione con questo articolo ben fatto!
    Roberta

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  2. Complimenti Orietta per il tuo modo di esprimere in parole quello che senti , io vivo sulla mia pelle quello che tu dici, perché non pubblico foto di piatti con carne? Eppure la mangio anche se solo una o due volte a settimana. Mi sento in difetto, sento che potrei eliminarla ma non ci riesco, cerco di scegliere carne "felice" ma è difficile pensare siano stati felici di essere uccisi per essere mangiati da noi.
    Grazie per la riflessione con questo articolo ben fatto!
    Roberta

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  3. Grazie Roberta, l'argomento è veramente complesso e mi porta a fare continue riflessioni. L'articolo è frutto del mio sentire prevalente di oggi, non mi precludo cambiamenti di stile nel futuro, sicuramente sarà un percorso.

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