Intrecci Etici - La rivoluzione della moda sostenibile in Italia

Poster del documentario Intrecci Etici di LUMA video disponibile su Infinity TV

Bentornatɘ!

Oggi ti parlo di un documentario autoprodotto e ottimamente realizzato da LUMA video che puoi trovare su Infinity tv e che ti consiglio di guardare se ne hai la possibilità.

Il documentario è a tema moda sostenibile ed etica in Italia, fa una panoramica di questo settore in crescita e spiega come esso si contrapponga alla moda come noi tutti la conosciamo, quella dei negozi e dei siti di vendita che frequentiamo abitualmente.

Carlotta Redaelli - eco-fashion designer come lei stessa ama definirsi - è stata una dei partner nella realizzazione di questo progetto nonché il mio personale gancio per la visione.

Provo a farti una ricostruzione cronologica del contenuto di Intrecci Etici che spero possa far nascere in te la curiosità di guardarlo, e che comunque ti lasci informazioni nuove e importanti su cui riflettere.

Sullo schermo si susseguono professionisti del settore e attraverso le loro parole si approfondisce una realtà che sta sì crescendo nel sentir comune dei consumatori ma che ha ancora bisogno di spazio e voce.

Una delle prime persone a prendere la parola è Marina Spadafora, stilista e fair fashion ambassador e fondatrice di Fashion Revolution Italia (vi consiglio di leggere il suo libro La Rivoluzione comincia dal tuo armadio che tratta perfettamente il tema della sostenibilità nella moda e offre spunti di riflessione molto interessanti per noi consumatori).

Marina racconta come negli anni ‘50/’60 del secolo scorso si acquistassero pochi abiti e poche calzature purché fossero di qualità, capaci di durare nel tempo, e non era certo un fatto da legare alla povertà bensì al desiderio e alla necessità di farli durare nel tempo.

Poi arriva la Fast Fashion, sono gli anni ‘80 ma il vero boom si ha negli anni 2000. Si tratta di un fenomeno di cui purtroppo molte persone non conoscono ancora bene i retroscena.

La Fast Fashion è una moda comoda che offre a basso prezzo la possibilità di avere tanti capi, è una moda veloce (basti pensare che quando è nata si limitava alle classiche 2 collezioni annue mentre oggi è a quota 52!) che altrettanto velocemente genera nel consumatore insoddisfazione.

Il consumismo legato alla Fast Fashion fa vivere chi lo pratica in bilico tra l’appagamento emotivo istantaneo e l’insoddisfazione, una sorta di montagna russa vissuta collezione dopo collezione.

È lampante come questo sistema sia insostenibile. I capi che vengono acquistati sono paragonabili agli oggetti monouso, sono troppi, non se ne ha reale bisogno, il Pianeta non può reggere la loro continua produzione e conseguente dismissione.

Cosa sappiamo dei capi che acquistiamo? Cosa ci dice l’etichetta? Molto poco, le informazioni che abbiamo sono pochissime. Uno degli obiettivi dalla moda etica e sostenibile è quello di garantire la tracciabilità dei propri prodotti, dal canto nostro in quanto consumatori dovremmo pretenderli da tutti, la nostra richiesta fa il cambiamento, ma spesso lo dimentichiamo. Purtroppo il consumatore finale non vede ancora chiaramente il valore aggiunto che si cela dietro un’etichetta di tracciabilità, va educato, questo documentario a mio avviso fa un ottimo lavoro in questo senso.

Parlando di tracciabilità non possiamo che cominciare dalle fibre.

Molto interessante è l’intervista dedicata a Marco Scolastici dell'Azienda Agricola Scolastici un giovane allevatore marchigiano che sui Monti Sibillini ha recuperato la pecora Sopravvissana, specializzandosi anche nella produzione della lana.

Questa razza ovina che stava sparendo soppiantata da quelle da latte, più remunerative, offre una lana di alta qualità, molto più sottile, compatta e morbida, adatta ad essere trasformata in filato.

La tosatura avviene una volta all’anno come da tradizione e nel rispetto degli animali, questo ti fa facilmente comprendere come per avere dei risultati d’impresa sia necessario molto tempo, proprio quel tempo che l’industria della moda fast non tiene in considerazione che anzi è capace di abbattere a discapito della qualità dei prodotti e del benessere dei lavoratori.

Sempre a proposito di materie prime un’altra realtà votata alla sostenibilità è Maeko Tessuti che nasce 20 anni fa per passione, non per discendenza, non si tratta cioè di un mestiere tramandato ma scoperto. La folgorazione di Mauro Vismara avviene in Oriente dove incontra il tessuto di canapa che, amatissimo fin dal primo utilizzo, fa scaturire in lui la voglia di produrne il filo in Italia nel biellese, per poi passare al tessuto. Oggi l’azienda produce tessuti in fibre naturali che sono più grosse e difficili da lavorare rispetto a quelle sintetiche come nylon e poliestere: sì, ci vuole impegno e fatica ma il risultato è nettamente migliore e soddisfacente.

Ecco che tra una parola e l’altra si arriva al secondo obiettivo della moda sostenibile, valorizzare le fibre naturali per sostituirle il più possibile a quelle sintetiche. Questo garantisce un aspetto cardine del modello su cui si basa la moda etica e sostenibile, ma ci arriverò più avanti nell’articolo.

A questo punto sullo schermo appare Carolina Angius della quale ho sentito molto ben parlare su Instagram, in arte è Carolina Emme. Designer e artigiana di moda sostenibile che vive e lavora a Cagliari recuperando tessuti che il suo fornitore ha in negozio da anni – perché sprecare o ignorare queste meravigliose pezze? – questa, parafrasando, è la domanda che ha guidato Carolina agli inizi della sua impresa. 


Foto scattata durante le riprese del documentario Intrecci Etici di LUMA video disponibile su Infinity TV


Il limite, va da sé, sta nel numero dei pezzi realizzabili. Ma invece a guardar bene non è un limite bensì un valore aggiunto, contro l’omologazione e la spersonalizzazione su cui si fonda la Fast Fashion.

Dal momento che la moda non è solo abbigliamento incontriamo nel corso del video una realtà artigianale della Toscana che produce calzature in pelle, la Mario Doni Artigianato.

La produzione ha l’obiettivo della durabilità, la scarpa è realizzata con l’intento che venga portata a lungo, avviene su ordinazione e comprende anche la personalizzazione secondo i desideri del cliente.

I pellami utilizzati sono locali e realizzati con la tecnica della concia vegetale tipica del territorio, questo consente di non dover acquistare e accantonare grandi quantità di materiale poiché è sempre facilmente reperibile a stretto raggio. Carlo Pierucci dell'azienda spiega come questo genere di pelle sia più difficile da lavorare perché non subendo grandi trattamenti protettivi, è possibile che faccia risaltare alcuni difetti superficiali, ma questo è visto assolutamente come un pregio che si aggiunge alla qualità e unicità del prodotto finale.

Anche Carolina Emme lavora su ordinazione, i capi infatti non vengono realizzati in anticipo proprio con l’obiettivo di andare il più possibile incontro al cliente che, come è nei desideri della designer, dovrà sentirsi a proprio agio nell’indossare quel pezzo. La personalizzazione e la cura del cliente sono fattori importantissimi che la Fast Fashion non può garantire, anche l’attesa dal momento dell’acquisto all’arrivo del prodotto finito nelle mani del cliente è una caratteristica peculiare delle produzioni artigianali, sembra controcorrente, lo è forse sotto certi aspetti, ma è proprio questo il bello.

Nel settore moda esistono diversi modelli di business, la Fast Fashion è uno di questi e si basa sulla logica del Make to stock che si contrappone a quella del Make to order tipico della moda tradizionale a sistema programmato.

Il make to stock genera sovrapproduzione, il consumatore continua ad acquistare e finisce col non saper più gestire i rifiuti, ebbene sì quei capi finiscono irrimediabilmente nel bidone dell’immondizia, che su larga scala identifichiamo con discariche ed inceneritori.

Ecco allora che arriviamo al terzo obiettivo perseguito dalla moda etica e sostenibile, fare in modo che i rifiuti possano essere considerati una risorsa.

Pienamente in linea con questo principio opera Rifò Lab a Prato, azienda in cui si rigenerano le fibre tessili sulle orme dei cenciaioli che per tradizione nel pratese lo facevano più di 100 anni fa.

Cominciamo col dire che la maggior parte delle aziende di moda segue un modello di produzione lineare che si può riassumere con i termini inglesi Take Make Waste. L’azienda produce, il consumatore usa e a fine vita (o al passaggio del trend successivo imposto dall’azienda stessa) butta.

Al contrario, il modello auspicabile per il futuro del settore moda e adottato dalle aziende sostenibili è quello circolare del Take Make Remake, il prodotto in sostanza non arriva mai ad essere gettato ma viene rigenerato in qualcosa di nuovo.

Rifò Lab fa proprio questo: ricicla tessuti selezionati ritrasformandoli in fibra da cui poi si genera un nuovo filato pronto per essere tessuto e declinato in capi d’abbigliamento.

Per arrivare al capo finito Rifò si avvale di tante piccole aziende presenti nel distretto di Prato (produzione a Km 30 dice il fondatore Niccolò Cipriani), la produzione di queste ultime si adatta al filato disponibile, anche in questo caso il numero di capi aventi lo stesso filato non può essere infinito.

Viene da chiedersi se c’è un limite al riciclo dei capi dismessi, e allora qui riprendo e concludo il discorso iniziato qualche paragrafo più in su relativo alla necessità di sostituire le fibre sintetiche con quelle naturali. Perché possa essere generato un nuovo filato la fibra di partenza deve essere pura. Il filato misto è il grosso limite del riciclo tessile. Va da sé che guardare la composizione di un capo quando decidiamo di acquistarlo diventa una delle prime azioni attive di un consumatore consapevole che ha un occhio di riguardo alla sostenibilità.

Il quarto obiettivo della moda sostenibile è dunque quello di tenere presente la circolarità fin dall’idea del capo, chiedersi come potrà essere riciclato.

Finora ho sempre scritto moda etica e sostenibile, sul secondo aggettivo non dovrebbero esserci più dubbi, sul primo invece c’è ancora margine di approfondimento.

A questo proposito il documentario prosegue con l’intervento di un brand che fonda il suo operato sulle persone che hanno vissuti di fragilità di vario genere.


Foto scattata durante le riprese del documentario Intrecci Etici di LUMA video disponibile su Infinity TV


Si tratta di Progetto Quid, un marchio di abbigliamento sostenibile basato sull’economia circolare, realizza infatti i suoi capi a partire da rimanenze di aziende tessili e marchi di moda donate o acquistate a prezzo di stock. I concetti di etico, sociale e sostenibile si fondono dando vita a capi unici o in bassa tiratura frutto del riscatto sociale di persone che difficilmente trovano spazio per un mestiere nella società attuale.

Ormai dovremmo sapere che il settore moda è uno dei più inquinanti - qualche sporadica notizia è arrivata anche al grande pubblico - i risvolti negativi dati dallo sfruttamento delle risorse e dall’inquinamento prodotti sono stati ampiamente documentati, ma non sono da tacere o sottovalutare anche quelli legati al sociale. I lavoratori della moda usa e getta pagano tutte le conseguenze della pressione che fanno le aziende per garantire quella sovrapproduzione di cui ho detto precedentemente. I problemi principali riguardano la salute del personale, l’eccessivo numero di ore lavorate, l’impiego di manodopera minorile, i salari da fame.

 

“Se acquisto Fast Fashion sponsorizzo un’ingiustizia” (Marina Spadafora)

 

Un esempio di azienda, tra le altre, che ha deciso di valorizzare i suoi lavoratori restando sul territorio, senza delocalizzare nessuna fase della propria produzione anzi valorizzando l’esperienza di chi lavora nel settore da anni è il brand di denim Berto Industria Tessile.

La Berto nasce nel 1887 come industria tessile di vele da barca, negli ultimi sessant’anni si riconverte e specializza sul denim, inizialmente producendo capi da lavoro oggi capi in jeans per tutti. Le fasi della produzione del tessuto jeans sono tutte interne all’azienda che si occupa di tintura, tessitura e finissaggio.

Ma quante volte ti è capitato di incontrare green claim sui marchi che notoriamente non hanno nulla a che vedere con la sostenibilità e l’etica? Ormai è così frequente che si finisce per far confusione. Il consumatore consapevole ha l’arduo compito di discernere tra le diverse sponsorizzazioni verdi, riconoscere le operazioni di Greenwashing è fondamentale. (anche se non sempre semplicissimo aggiungo)

Con questo genere di operazione di marketing si dà una "pennellata di verde" al marchio, come spiega perfettamente Francesca Romana Rinaldi, docente esperta di moda sostenibile. L'obiettivo è quello di  mistificare la percezione del consumatore, pur di continuare a vendere anche a chi aveva iniziato ad avere qualche dubbio sul tipo di produzione. Di solito il greenwashing avviene attraverso una singola operazione sostenibile che può essere una collaborazione con associazioni di salvaguardia ambientale, una capsule collection in tessuti naturali e certificati o ancora una linea permanente che occupa però una percentuale infinitesimale della produzione del marchio. Sta di fatto che questo genere di operazione non ha continuità, per cui non ha valore.

Il consumatore però viene spesso conquistato dai green claim e anzi si ritiene nel giusto acquistando i prodotti contrassegnati come eco, etici, sostenibili, green.

Chiacchierando di questo genere di marketing arriviamo al quinto obiettivo perseguito dalla moda etica e sostenibile che riguarda proprio la coerenza e la continuità nella sostenibilità. Chi lavora secondo questo principio combatte il Greenwashing ridando il valore che merita l’aggettivo “sostenibile” che oggi viene abusato.

Insieme ai brand di moda citati fino a qui un'importante menzione è stata fatta anche per i negozi di vintage/usato/handmade, nello specifico Diorama Boutique e Friperie a Bologna.



Foto scattata durante le riprese del documentario Intrecci Etici di LUMA video disponibile su Infinity TV

Foto scattata durante le riprese del documentario Intrecci Etici di LUMA video disponibile su Infinity TV

In quest'ultima foto al centro è presente Francesca Boni di Il Vestito Verde, community italiana di moda sostenibile, che oltre ad essere intervenuta nel corso del documentario, ha accompagnato lo spettatore nella sua esperienza di shopping vintage presso Friperie. 

Questa tipologia di commercio abbraccia il concetto di economia circolare, magari non nell’accezione più pura del termine non rispondendo al punto Remake che identifica il modello produttivo sostenibile, ma senza dubbio inserendosi perfettamente nello stesso àmbito.

L’obiettivo è infatti quello di rimettere in circolo capi del passato, usati ma anche fondi di magazzino intatti, pezzi unici e di indiscutibile grande qualità, quei capi fatti per durare che ti raccontavo all’inizio capaci di abbattere completamente l’omologazione favorendo e stimolando quel gusto personale che la Fast Fashion ha negli anni abbattuto.

Alla fine della visione di Intrecci Etici sono chiari i princìpi su cui si fonda la moda etica e sostenibile, al consumatore deve anche essere chiaro quanto potere abbia quando acquista, quanto sia importante che eserciti il proprio diritto di sapere come viene fatto un capo e da chi. È ora di cambiare abitudini, il vero attore di questa rivoluzione è chi decide di indossare moda sostenibile dice la Spadafora.

Tutti noi dovremmo fare piccoli passi verso la sostenibilità, imparare a scegliere, usare e riusare i capi, sempre nel rispetto delle proprie possibilità dice Carolina Angius.

Sicuramente il mantra ripetuto dalla quasi totalità dei protagonisti di questo documentario è stato: acquistare meno e meglio.

Sul finale mi è piaciuta molto la percezione del capo descritta da Niccolò Cipriani di Rifò Lab: un capo deve raccontare una storia, quelli della Fast Fashion non raccontano nulla, sono pura estetica.

Concludo con una riflessione personale partendo dalla domanda “che cosa accomuna questi brand?”

Secondo me il coraggio di mettersi in gioco con la voglia di rivoluzionare un sistema infido e complesso, il coraggio di scegliere la strada meno battuta e quello di non scoraggiarsi di fronte alla reazione più comune a tal proposito, confermata dalle parole dei protagonisti, “ma sei mattɘ?!” La presenza di realtà sostenibili ed etiche così motivate all’interno del sistema moda rappresenta uno spiraglio di luce sul futuro di questa porzione di economia mondiale, in completa armonia con l’ambiente e nel rispetto di tutti gli attori che ne prendono parte.

Ti ringrazio per aver letto fino alla fine.

Alla prossima!




Ringrazio Lucia Mauri e Lorenzo Malavolta LUMA video, che mi hanno concesso le foto del dietro le quinte che hai trovato in questo articolo, del poster e questa loro.

GRAZIE. 




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